Proteggere utenti, aziende e agenzie governative è una delle priorità della sicurezza informatica nel suo insieme, ma questa è solo la punta dell'iceberg. Esistono ambienti molto più critici che potrebbero causare danni enormi se violati, e un gruppo di ricercatori dell'Università di Washington lo ha dimostrato in un modo molto particolare: codificando un malware in un campione di DNA, in grado di attaccare il sequenziatore e prendere il controllo del computer in background.

Codice malizioso codificato nel DNA è in grado di infettare i computer
DNA

Immaginiamo un futuro in cui un campione di DNA è pericoloso non dal punto di vista biologico, ma da quello digitale. In passato abbiamo visto esempi di DNA come supporto di memorizzazione e, con una densità di 215 petabyte per grammo, potrebbe diventare una soluzione definitiva per i backup a freddo e le piattaforme WORM. Tuttavia, trasformare il DNA in un «disco rigido» è un processo lento e costoso, due condizioni che il mercato rifiuta naturalmente. È probabile che la tecnologia abbia bisogno di diversi anni di sviluppo per ottimizzare entrambi gli aspetti, ma c'è un altro punto da considerare: la sicurezza. Dopotutto, se una chiavetta infetta può prendere il controllo di un computer, cosa impedisce al DNA di fare lo stesso...?

Codice malizioso codificato nel DNA è in grado di infettare i computer
I ricercatori hanno verificato che l'idea del «malware nel DNA» può essere più che materiale di fantascienza

Secondo un gruppo di ricercatori dell'Università di Washington, la risposta è niente… a patto che l'aggressore sia all'altezza della situazione. In termini semplici, il loro lavoro si è concentrato su codificare un exploit di buffer overflow in un campione di DNA con una lunghezza di 176 basi (2 bit per base, 44 byte in totale), ma la «rilassatezza» finisce qui. Il compito è stato molto più complesso e avanzato di quanto immaginassero all'inizio, perché oltre a preservare l'integrità del codice, hanno anche dovuto rispettare alcune restrizioni fisiche del DNA. La sua stabilità richiede una proporzione adeguata di coppie A-T e G-C, quindi il codice ha dovuto essere adattato al suo «contenitore», per così dire.

Ora, il progetto ha due asterischi che non possiamo ignorare. In primo luogo, solo il 37,4 percento delle letture ha presentato un campione di codice funzionante, quindi il malware non ha ridondanze o resistenza agli errori di sequenziamento. In secondo luogo, la prova di concetto ha richiesto la creazione di una vulnerabilità nel software open source (fqzcomp), una cosa che potrebbe essere interpretata come «barare». Ciononostante, i ricercatori sono riusciti a confermare che esistono rischi per la sicurezza, anche se a molto lungo termine. Se il sequenziamento del DNA guadagna terreno e diventa domestico, forse avremo bisogno di protezioni aggiuntive.

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