Una delle frasi più comuni che si sente in giro è che «la gente è pazza». Nella maggior parte dei casi, si tratta di un fraintendimento: tutta quella gente stressata, depressa, aggressiva, frustrata e insoddisfatta non è ancora impazzita per mettere da parte (anche solo per un momento) le proprie responsabilità e pressioni quotidiane. Il fatto di rimandare o negare quei momenti di pazzia è molto dannoso, e le conseguenze passano rapidamente dal mentale al fisico.

Bambini che urlano. Lo smartphone e le sue notifiche. La ricerca di dopamina veloce nei social network. Classi implacabili con orari ridicoli. Capi abusivi e ignoranti. Il sonno che scompare. Il cancro del «9 alle 5». La televisione spazzatura con giornalismo tossico e politica velenosa. La macchina che si rompe. Le bollette da pagare. Soldi. Soldi. Soldi. Soldi.

Gli esperti si chiedono perché la gente sia malata e infelice, quando il mondo non fa altro che stabilire e difendere le condizioni ideali perché ciò accada.

Cerchiamo rifugio nell'alcol, nel tabacco, nelle droghe e in altre dipendenze, ma la loro efficacia è temporanea. E quando qualcuno decide di gridare «basta» e abbandonare tutto, il mondo punta il dito e dice «è impazzito». Quello che il mondo deve capire è che quella pazzia è una necessità.

La salute della pazzia: perché abbiamo bisogno di impazzire di tanto in tanto?
Pazzia

La pazzia come necessità

In italiano si usano spesso termini come «esaurimento nervoso», ma dall'altra parte dell'oceano hanno un'ottima parola: «Breakdown». Ora, la differenza più importante è quando il breakdown abbandona il suo profilo temporaneo e diventa permanente.

Una cosa è dichiarare al mondo via Twitter frasi come «se devo mettermi i pantaloni per farlo, oggi non succederà», un'altra è rimanere sommersi in un pericoloso quadro depressivo. Ma se il corpo stesso ha il suo breakdown all'ora di dormire, perché negare la stessa possibilità alle nostre menti?

La salute della pazzia: perché abbiamo bisogno di impazzire di tanto in tanto?
Skylab 4, uno dei casi più estremi: la NASA richiese agli equipaggi più di 6.000 ore di lavoro combinate in 84 giorni, e di fronte a una pressione simile... interruppero le comunicazioni e si presero un giorno libero.

So che suonerà un po' strano, e persino contraddittorio, ma la chiave è che l'attacco di pazzia sia «sano», in modo da permetterci di stabilire nuove connessioni con quelle cose che consideriamo veramente preziose per noi, e che la «maledetta routine» blocca.

Forse, attraverso quella pazzia si trova il modo di cambiare rotta e affrontare altre sfide che ci rendano, in sintesi, più felici e migliori fisicamente. Ovviamente, è molto più facile dirlo che farlo... ma dobbiamo provarci. Che i robot si tengano il «24/7».