Il giudice federale Vince Chhabria ha respinto l’8 settembre 2026 due azioni collettive proposte contro LinkedIn per il presunto rilevamento delle estensioni Chrome. Ai ricorrenti Nicholas Farrell e Jeff Ganan è stato però consentito di modificare le denunce. Il punto decisivo è questo: la corte non ha stabilito che la pratica di LinkedIn sia legale. Ha ritenuto insufficienti le accuse di un danno concreto e personale collegato alle estensioni dei singoli ricorrenti.
La decisione del tribunale federale
Le cause erano state presentate separatamente da Farrell e Ganan, entrambi residenti in California, contro LinkedIn, società controllata da Microsoft. La decisione ha riguardato la legittimazione ad agire in sede federale, cioè la necessità di dimostrare un danno personale, concreto e sufficientemente collegato alla condotta contestata.
Secondo la ricostruzione della decisione, nessuno dei due ricorrenti aveva indicato in modo adeguato che una propria estensione avesse trasmesso informazioni private a LinkedIn. Ganan non avrebbe specificato neppure di avere estensioni installate; Farrell aveva dichiarato di averne diverse, senza però identificarne una capace di rivelare informazioni private nel suo caso.
Per questo le denunce sono state respinte, ma non chiuse definitivamente: Chhabria ha concesso ai ricorrenti la possibilità di modificarle. La decisione, dunque, è procedurale. Non equivale a un’assoluzione di LinkedIn sul merito della controversia e non risolve la domanda tecnica alla base del caso.
Perché le cause sono state respinte
La differenza tra una condotta potenzialmente invasiva e un danno giuridicamente dimostrato è il cuore della vicenda. Le accuse dei ricorrenti descrivevano che cosa il rilevamento delle estensioni avrebbe potuto permettere in generale, ma non collegavano con sufficiente precisione quel comportamento a informazioni private raccolte proprio dai loro browser.
In termini pratici, sostenere che una tecnica possa rivelare interessi sensibili non basta, da solo, a dimostrare che quella tecnica abbia prodotto un danno personale nel caso specifico. È questa la soglia che le due denunce, secondo la decisione riportata, non hanno superato.
La risposta alla domanda più importante è quindi no: il giudice non ha dichiarato legale il rilevamento delle estensioni Chrome. Ha deciso che le accuse presentate non dimostravano in modo abbastanza concreto il danno necessario per portare avanti quelle azioni davanti al tribunale federale.
La posizione di LinkedIn
LinkedIn sostiene che i suoi sistemi rilevino informazioni che le estensioni del browser espongono ai siti web per poter interagire con essi. Secondo la società, questi segnali servono a individuare scraping, bot e altre attività che potrebbero minacciare la sicurezza, l’integrità dei dati degli utenti o la stabilità della piattaforma.
La società considera quindi quelle informazioni pubblicamente esposte dai componenti del browser, non contenuti privati del computer. Questa è la posizione di LinkedIn, non una conclusione definitiva del tribunale sulla controversia tecnica.
Il caso mette così a confronto due letture molto diverse dello stesso meccanismo: da un lato, l’idea che il browser renda accessibili alcuni segnali tecnici a un sito; dall’altro, il timore che l’uso sistematico di quei segnali possa trasformarsi in profilazione. La decisione federale non ha scelto tra queste due interpretazioni.
| Questione | Tesi dei ricorrenti | Posizione di LinkedIn | Che cosa ha deciso il tribunale |
| Che cosa veniva rilevato | Le denunce contestavano un controllo dell’ambiente del browser capace di individuare estensioni installate. | LinkedIn dice di rilevare informazioni che le estensioni espongono ai siti per interagire con le pagine. | Non ha risolto la disputa tecnica nel merito. |
| Perché sarebbe stato fatto | I ricorrenti collegavano il rilevamento a un possibile uso più ampio dei dati e alla profilazione. | LinkedIn indica il contrasto a scraping, bot e minacce alla sicurezza della piattaforma. | Non ha stabilito quale finalità descriva correttamente la pratica. |
| Quale danno è stato allegato | Il controllo dell’ambiente del browser sarebbe stato di per sé lesivo. | LinkedIn ha sostenuto che mancasse un danno concreto e personale. | Ha respinto le denunce per l’insufficiente collegamento tra la condotta e un danno individuale. |
Che cosa sosteneva BrowserGate
La controversia è nata attorno a BrowserGate, il nome dato a un’iniziativa di Fairlinked e.V. che accusava LinkedIn di rilevare estensioni Chrome senza un avviso chiaro o un consenso esplicito. Le accuse comprendevano anche l’ipotesi che i segnali potessero rivelare interessi sensibili o commercialmente rilevanti.
Tra i dati circolati nella vicenda compare anche una lista riferita a 6.222 estensioni Chrome. Si tratta di un dato riportato come parte delle accuse e dei materiali associati a BrowserGate, non di una quantità accertata dal tribunale. Lo stesso vale per le ipotesi sul trasferimento a terzi o sull’uso dei dati per dedurre informazioni sensibili: la decisione federale non le ha esaminate fino a stabilirne la fondatezza.
Un’esercitazione tecnica collegata alla vicenda ha mostrato richieste di rete contrassegnate come “invalid” negli strumenti per sviluppatori del browser durante il caricamento di LinkedIn e ha illustrato una presunta catena di rilevamento. L’osservazione rende più comprensibile il meccanismo contestato, ma non dimostra da sola come funzionino i sistemi di produzione di LinkedIn, quali dati vengano conservati o se la pratica sia lecita.
Il collegamento con Teamfluence
La vicenda comprende anche una disputa separata con Teamfluence, società software estone associata a un’estensione Chrome e a restrizioni applicate ad alcuni account LinkedIn. Steven Morell, fondatore e amministratore delegato di Teamfluence, è stato indicato anche come membro del consiglio di Fairlinked e.V.
LinkedIn ha sostenuto che l’iniziativa BrowserGate fosse collegata a quel conflitto e avesse natura ritorsiva. Fairlinked ha contestato questa ricostruzione. Il collegamento tra le due vicende aiuta a capire il contesto dello scontro, ma non decide né la questione tecnica sul rilevamento delle estensioni né quella giuridica affrontata dalle due cause federali.
Che cosa può succedere ora
I ricorrenti possono modificare le denunce perché il giudice ha concesso loro questa possibilità. J.R. Howell, l’avvocato di Jeff Ganan e consulente legale statunitense di Fairlinked e.V., ha indicato come opzioni considerate una nuova versione delle denunce, un’azione davanti a un tribunale statale della California o un appello al Nono Circuito.
Queste sono possibilità procedurali dichiarate dopo il rigetto, non passaggi già compiuti. Il punto da seguire è quindi duplice: capire se i ricorrenti riusciranno a descrivere un danno personale legato a una propria estensione e, solo in quel caso, se la disputa tecnica sulla raccolta e sull’uso dei segnali del browser arriverà davvero a essere valutata nel merito.
Per ora, la sentenza consegna a LinkedIn una vittoria procedurale, ma non una risposta definitiva sulla privacy. Il confine tra un segnale che un’estensione rende visibile a un sito e un’attività di profilazione resta il nodo sostanziale della vicenda.