Da quando ho ucciso quel colibrì vivo, ossessionato dalla morte. Ero molto piccolo quando accadde, quasi trent'anni fa. Avevo ricevuto un fucile ad aria compressa come regalo di compleanno. Estate calda, nella tenuta dei miei nonni. Un fucile ad aria compressa e tre scatole di pallini da 9mm. Trecento colpi, tutto il pomeriggio davanti.
Il luogo, un paradiso gigantesco con piscina e cavalli, pieno di alberi da frutto, si riempiva di lucertole overe, che uscivano dai fossi per mangiare le pesche e i fichi caduti. Cominciai con loro. Grazie a Operation Wolf, la mia mira era perfetta. Le lucertole non ebbero scampo. I colpi rimbalzavano sulla pelle dei rettili, sì, ma facevano male. Ogni impatto ci faceva sobbalzare. A loro per il danno. A me per le risate.
Spaventate le lucertole, assetato di altro sangue, salii sull'immenso ombù che si ergeva al centro della tenuta. Il vecchio arbusto usciva grosso e grottesco dalla terra, raggiungendo un'altezza smisurata. Amai quell'ombù, perché nonostante il suo aspetto mostruoso (o forse proprio per quello) era facilissimo da scalare. E lo stavo scalando, fantasticando di essere un cecchino, quando lo vidi. Era un essere impossibile. Piccolo, lucente, agile e vivace. Con ali invisibili, "sospeso" nell'aria. Muovendosi di fiore in fiore, in linea retta, senza rispettare la stessa fisica degli altri della sua specie.
Ricordo il momento esatto in cui lo ebbi nel mirino. Qualcosa che non riconoscevo mi lanciò un avvertimento che non ascoltai. Premetti il grilletto e, maledetto sia "Operation Wolf", fu tutto. Da un momento all'altro il colibrì passò dall'esistere al non essere più nulla, mai più. All'inizio fui felice, contento di essere un così bravo tiratore. Un colibrì è una preda minuscola e un fucile ad aria compressa è ben lontano dall'essere preciso.
La gioia durò ben poco. Il colibrì tardava a tornare. Volando non se n'era andato, l'avevo visto cadere io stesso! Si sarà dileguato da un'altra parte? Timoroso senza sapere bene perché, scesi dall'ombù e cercai nel punto in cui l'avevo visto cadere. Era lì, tra alcune foglie, mortalmente immobile. Tutto ciò che lo aveva fatto funzionare in modo così fantastico davanti ai miei occhi era sparito. Le mie azioni lo avevano privato di tutto ciò che lo rendeva bello. Ora giaceva flaccido, sporco e in una posa assurda. Ma, soprattutto, giaceva immobile. Quell'immobilità è qualcosa a cui ancora riesco a connettermi per l'impressione che ha lasciato nella mia testa. È l'immobilità perpetua e irrevocabile di ciò che fino ad allora non aveva fatto altro che muoversi per sopravvivere.
Prenderlo tra le mani fu la cosa peggiore che potessi fare. Ancora caldo, l'uccellino non pesava nulla tra le mie dita paffute. Si sentiva floscio e al di là di ogni possibile salvezza. Fu solo in quel momento, con il colibrì flaccido tra le mani, che capii cosa stava succedendo. Capii tutto ciò che dovevo capire sulla morte, e anche cosa si prova a causarla. Troppo per un bambino di 10 anni. Lanciai il colibrì e mi chiusi in camera a piangere per il resto della giornata. Il fucile rimase lì, abbandonato accanto all'ombù. Quando molto tempo dopo mi ricordai di lui, si era già arrugginito, per fortuna.
Non voglio concludere questa terribile storia senza farvi sapere che ho ricevuto una punizione adeguata alle mie azioni. Io, a differenza della maggior parte, non godo quando un colibrì appare nel mio giardino. Sono privato di meravigliarmi della sua esistenza senza sentire un dolore lancinante al cuore. Ogni colibrì che incontro è uno strappo di colpa e rimorso. Considerando la colossale bellezza di questi delicati uccelli, credo che sia una condanna dura ma sicuramente giusta.
PD: Mi hanno informato nel Tiradero 10 che i commenti sono chiusi per questo tiradero. Non me n'ero nemmeno accorto. Dev'essere stato un errore che mi è sfuggito durante il caricamento. Non posso farci nulla senza ricaricare tutto. Scusate e grazie per la lettura!